Giochi
delle Feste
Altri
tipi di giochi si svolgevano per le strade massesi in occasione delle feste
religiose, ma la maggior parte erano molto simili, se non del tutto uguali, a
quelli che si facevano e talvolta si fanno ancora in quasi ogni parte d'Italia.
Mi riferisco alle varie gare di corsa a piedi (velocità e resistenza), alla
corsa nei sacchi, al tiro alla fune, all'albero della cuccagna. A proposito di
quest'ultimo, detto comunemente 'o palo 'e sapone, c'è da
specificare che nelle località collinari era verticale ed era spalmato di
sapone molle, mentre nelle feste delle varie marine era orizzontale, sporgente
sul mare, e in luogo del sapone si usava 'o ssivo (sego).
Una
gara particolare era invece a' corza cu 'a langella (la corsa con
l'anfora) che veniva effettuata dalle donne ed era un fatto quasi eccezionale in
quanto in passato era l'unica gara alla quale potessero partecipare. 'A
langella era una specie di piccola anfora che serviva per trasportare e conservare
l'acqua potabile. Durante il tragitto dalla fontana alla casa le donne erano
solite tenere 'a langella in testa, con il fondo poggiato su un maccaturo
(grosso fazzoletto) arrotolato come una ciambella in modo da creare una specie
di base morbida. La gara si svolgeva quindi fra delle donne che correvano
portando sulla testa una langella piena d'acqua e ovviamente non potevano
tenerla con le mani e per di più non potevano neanche usare 'o cruòglio
('o maccaturo arrotolato, la cercina).
Oltre
alle gare succitate, in occasione delle feste ci si dilettava anche con altri
giochi e vale la pena di citare almeno due di questi in quanto erano abbastanza
originali. In effetti solo il primo, 'a
mazza int''o purtuso, era una gara vera e propria che veniva organizzata dal
comitato promotore della festa, mentre per l'altro si trattava di sfide fra
alcuni partecipanti alla festa e consisteva nello scommettere su quanti pezzi di
torrone una persona fosse in grado di spaccare con uno o più colpi.
'a
mazza int''o purtuso
Questo
gioco era quasi sempre l'ultimo del programma delle feste estive nel quale
compariva col nome italiano di "Gioco del bugliolo". Infatti
solitamente si disputavano prima tutte le corse, alle quali partecipavano i più
giovani, e poi le altre gare nelle quali la presenza degli adulti era più
massiccia. Dopo il tiro alla fune e 'o palo 'e sapone, al crepuscolo, o
addirittura a notte fatta, si cominciavano a vedere i concorrenti della mazza
int''o purtuso che si preparavano. Quasi tutti gareggiavano a piedi scalzi,
in pantaloncini o in costume, e per lo più a torso nudo. Questa gara di abilità
prevedeva infatti per i partecipanti una doccia quasi sicura ad ogni giro.
Il
campo di gara della mazza int''o purtuso era costituito da una specie di
corsia lunga una ventina di metri e larga un paio, delimitata di solito dagli
stessi spettatori che si accalcavano attorno ai concorrenti. A due terzi circa
di questo breve percorso, a circa due metri e mezzo da terra, pendeva una
tinella (piccola tinozza a doghe di legno usata solitamente per portare cibo e
acqua agli animali). Questa veniva sempre tenuta colma d'acqua mediante na
cannola (una manichetta) fissata vicino al palo che sosteneva il tutto. 'A
tinella era legata per i manici, ed era quindi in grado di ondeggiare, e sulla
sua faccia anteriore era inchiodata una
tavoletta di legno che sporgeva verso il basso per una decina di centimetri. In
questa parte sporgente veniva praticato 'o purtuso, cioè il buco nel
quale doveva essere infilata 'a mazza. Questa era un semplice bastone lungo
poco più di un metro, con un'estremità arrotondata e leggermente troncoconica.
Prima di iniziare la gara si provavano 'e mazze, che solitamente erano
almeno due. Per essere giudicate regolari dovevano poter entrare int''o
purtuso per qualche centimetro e dovevano rimanere appizzate, cioè
non sarebbero dovute cadere con l'ondeggiare della tinella dopo l'appizzata.
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Si gareggiava in coppia, uno sulle spalle dell'altro, e ovviamente 'a mazza era impugnata da chi stava sopra. Quando tutto era pronto, un giudice di gara consegnava una mazza alla prima coppia, il "cavaliere" la impugnava più o meno al centro e poi il "cavallo" partiva di corsa verso 'a tinella, quasi come in un torneo medioevale. 'O bagno era quasi assicurato in quanto il rubinetto dell'acqua era sempre aperto e quindi 'a tinella traboccava in continuazione. Per di più, se non si fosse riuscita ad infilare 'a mazza int''o purtuso, si sarebbe battuto sulla tavoletta e quindi si sarebbe fatta inclinare 'a tinella che si svuotava in testa ai due concorrenti fra i lazzi del pubblico e le bestemmie di chi stava sotto. In questi casi il giudice di gara, prima di far partire un'altra coppia, aspettava che 'a tinella si fosse riempita di nuovo; infatti era quasi determinante per il divertimento di tutti avere la quasi certezza del bagno dei concorrenti. |
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I
colpi dovevano essere portati con una certa decisione poiché per vincere non
solo si doveva riuscire a centrare il buco, ma poi la mazza doveva rimanere
incastrata nel buco; se fosse caduta da sola il premio non sarebbe stato
attribuito. I giudici dovevano
controllare anche, e soprattutto, che il "cavallo" procedesse ad una
velocità abbastanza sostenuta e che la mazza non fosse impugnata troppo vicino
alla punta. Infatti sia la bassa velocità che l'impugnatura corta facilitavano
il colpo e oltretutto diminuivano le possibilità di bagno. Ma, a difesa dei
partecipanti che rallentavano la corsa, c'è da dire che procedere velocemente a
volte era difficile, e anche pericoloso, in quanto il selciato bagnato diventava
ben presto scivoloso. Il premio classico per ogni appizzata della mazza
int''o purtuso era 'a butteglia 'e vermùt; il gioco proseguiva fin
quando non fossero state vinte tutte le bottiglie di vermouth messe in palio
dall'organizzazione.
a
spacca' 'o turrone
Come
è stato già detto questo non era un gioco vero e proprio e non veniva
organizzato dal comitato per i festeggiamenti, ma consisteva nella disputa di
sfide (con relative scommesse) fra gli uomini che venivano alla festa. Proprio perché
non si era vincolati da programmi e orari, il torrone si spaccava nei vari di
giorni di festa e non solo in quello dedicato ai giochi, a qualunque ora,
durante il concerto della Banda Municipale, durante l'esibizione dei cantanti e
a volte anche mentre la processione era in giro. In pratica si trattava di scommettere
sul numero di pezzette 'e turrone che una persona fosse in grado di
spaccare in uno o più colpi. Le pezzette erano lunghe una dozzina di
centimetri, larghe circa cinque, ed alte poco meno di due ed erano avvolte in un
foglio di carta bianca.
I
colpi con i quali si rompeva il torrone potevano essere di vari tipi: 'o
cazzotto (il pugno), 'o rito (il dito), 'e
ddoje rete (le due dita), 'a chianta 'e mano (il palmo della
mano), 'mmiezo 'e dete (fra le dita) e 'a capata (la testata). I
primi due colpi erano sostanzialmente simili in quanto portati entrambi con la
mano chiusa a pugno: la differenza consisteva nel fatto con il cazzotto si
colpiva con il lato del mignolo, mentre con 'o rito era la nocca del
pollice (il dito) quella che doveva frantumare 'e pezzette. 'O
cazzotto era molto simile anche alla chianta 'e mano poiché questo
colpo non veniva portato, come si potrebbe pensare, con il palmo della mano,
bensì con il taglio, similmente al classico colpo di karate. Se si eseguiva
questo colpo si doveva specificare se si potevano piegare o meno le punte delle
dita.
Nel
colpo detto 'e doje rete era in effetti il solo dito indice a battere sul
torrone, ma esso era sostenuto dal medio; si doveva quindi ruotare il polso allo
stesso modo del colpo dato con il pollice ('o rito). 'Mmiezo 'e ddeta
era invece un colpo molto particolare ed eseguendolo si potevano rompere solo
una o due pezzette; solo eccezionalmente, avendo una mano enorme, qualcuno
poteva tentare di spaccarne tre. 'E pezzette dovevano essere messe fra le
dita in modo da stare fra anulare e medio (sotto), e
mignolo e indice (sopra). Dando un colpo sulla bancarella della zuccarara
si sarebbe dovuto spezzare il torrone. Infine c'era 'a capata, cioè una
"semplicissima" testata, data praticamente con la fronte.
Le
scommesse di solito prevedevano più colpi; per esempio potevano essere tre
cazzuotti, nu cazzotto e na capata, nu cazzotto e na chianta 'e
mano, ecc. La scommessa veniva concordata fra due persone le quali giocavano
al rialzo partendo da un minimo numero di pezzette da spaccare con un
colpo. Man mano che si procedeva in questa specie di asta si imponevano sempre
nuove condizioni o a parità di condizioni si
poteva semplicemente aumentare il numero di pezzette in gioco.
Le
precisazioni da fare e le difficoltà da aggiungere o eliminare erano numerose.
Per esempio, per facilitare il colpo, si potevano disporre i torroncini su due o
tre file, si poteva mettere una listarella di ferro sotto alla pila di pezzette
o anche una di queste piazzata perpendicolarmente alle altre che stavano sopra.
Inoltre era necessario specificare come dovesse essere portato il colpo e, a
parità di numero di torroncini da rompere, si poteva aumentare la scommessa
impegnandosi a farlo con un colpo più difficile di quello proposto
dall'avversario.
Quando,
al termine di queste estenuanti e spesso lunghissime contrattazioni, si
raggiungeva l'accordo finale, era uso "piazzare" parte della posta in
palio fra gli astanti, specialmente quando si scommetteva su varie decine di pezzette.
Solitamente ancor prima della conclusione delle trattative si formavano delle
specie di consorzi che sostenevano la spesa dell'acquisto del torrone da far
spaccare, ma talvolta anche altri potevano prendere una parte e quindi si
impegnavano a per un certo numero di pezzette 'e turrone. In caso di
sconfitta le avrebbero dovute pagare, mentre, in caso di vittoria, se le
sarebbero portate (il più delle volte completamente in frantumi) a casa,
ovviamente a spese del gruppo contrario.
I
pezzi di torrone, avvolti nella loro carta, venivano sistemati in cataste a
volte abbastanza alte in quanto si scommetteva anche su varie decine di pezzette.
Le estremità della carta erano ripiegate al di sotto del torroncino e quindi
per rendere più stabile il mucchio, e per non lasciare spazi vuoti, la zuccarara,
prima di sistemare ogni pezzo, aveva anche il compito di sollevare questi due
lembi. Se 'e pezzette erano molte si sistemavano in due o tre colonne
parallele e adiacenti, sempre che questo rientrasse nei patti iniziali.
Una
volta che fosse stata completata la costruzione di questa specie di torre,
attorno ad essa sul banchetto della zuccarara ed anche all'esterno del
ripiano, si stendeva un lenzuolo. Questo aveva il doppio scopo di raccogliere
facilmente i frammenti che schizzavano via e anche perché una pezzetta
intera poteva rompersi cadendo a terra, a danno di chi aveva scommesso contro lo
"spaccatore".
Quando
tutto era pronto si procedeva a dare il primo colpo e subito dopo entrava di
nuovo in gioco 'a zuccarara, giudice unico ed inappellabile di
queste sfide. Fra gli altri suoi compiti c'era infatti anche quello di aprire un
pacchettino alla volta e prendere 'a pezzetta 'e turrone per un'estremità;
se almeno un frammento di essa fosse rimasto nella carta 'a pezzetta
veniva considerata spaccata e si metteva da parte. In caso contrario, si
impacchettava di nuovo e si rimetteva sul tavolo per comporre una nuova catasta
con tutte le altre rimaste integre.
Attorno
alla bancarella non si riunivano però solo gli scommettitori e gli spettatori,
ma anche i ragazzini che aspettavano con ansia il momento del colpo. Infatti la
loro speranza era che, come spesso accadeva, qualche pezzo di torrone schizzasse
al di fuori del lenzuolo e in tal caso ci si avventavano sopra, più o meno come
accadeva per i confetti lanciati sugli sposi in occasione dei matrimoni.
Il
numero di pezzette rompibili non dipendeva solo dal tipo o dal numero di
colpi pattuiti, né esclusivamente dalla abilità e dalla forza di chi lo
sferrava, ma anche, e talvolta soprattutto, dalla qualità del torrone, dalla
sua freschezza e anche dall'umidità dell'aria e dalla temperatura. Infatti se
il torrone non fosse stato ben sceritto (secco) o fosse stata una
giornata di caldo afoso, come quando soffia lo
scirocco, 'e pezzette si sarebbero piegate, ammaccate, ma non spezzate.
Si dice che i venditori di torrone talvolta si abbaccassero (si
accordassero) con l'uno o l'altro gruppo e quindi, a seconda dei casi, dalla
loro cassa avrebbero estratto il torrone più fresco o quello più sceritto
condizionando l'esito della sfida.
tratto dal libro di Giovanni Visetti - disegni di Raffaele Mellino
Barracca 'o Rutunniello, Cavallo Cavallo mantieneme 'ntuosto ed altri giochi dimenticati